Ho letto l’articolo su Galimberti, e devo dire che è molto raffinato. Tuttavia non posso dimenticare quella famosa battuta teatrale di Sartre, “L’altro è l’inferno”, anche se scritta da un filosofo che ha vissuto ben altro contesto storico.
Probabilmente suggerire la riproposizione di un rapporto con l’Altro è aporetico in sé, in quanto è come suggerire che la soluzione di un problema è il problema stesso (poiché il principio della tragedia è l’eterno dissidio con l’Altro, che una società simbolica riusciva a contenere attraverso il sacro, mentre una società non-simbolica come quella postmoderna non riesce a contenere in alcun modo).
Il testo di Galimberti, che ho letto, apre un dibattito in cui la “pars destruens” è facilmente determinabile, mentre la “pars costruens” resta un’impresa titanica (di qui quel clamoroso cambiamento di tono nel libro, tra la prima e la seconda parte, dal lucido stile saggistico-filosofico ad uno, a tratti, patetico- un libro che a me pare dunque irrisolto).
Attendo a questo punto un opinione del molto bravo Varriale alla mia osservazione, in quanto l’argomento trovo sia molto importante.
Apprezzo, come si potrà immaginare, i complimenti…E rispondo, spero chiaramente:
1) “L’altro è l’inferno”: certamente l’altro non può essere inteso semplicemente come ciò ch’è fuori di noi…Deve essere inteso anche come quella parte che viene considerata altra, in noi: il modo in cui si è visti dagli altri, l’inconfessabile, il taciuto, l’inconscio, ciò che consideriamo male in noi e vorremmo superare (nel senso in cui parla di ciò Croce). Questa tematica è presente in tutte le filosofie contemporanee, per non parlare della letteratura che anticipa la questione filosofica (e viene quasi presentata come l’irrisolvibile. Credo lo sia). Ma, ecco, a me sembra che ci sia bisogno di ristabilire un equilibrio tra l’Io (pronome personale) e il Sé (pronome onnicomprensivo).
2) La nostra non è più una società simbolica. Certo, siamo in una società in cui tutto perde la sua forma di tradizione e di simbolo. Questo è vero. Ma non credo ci si possa considerare ancora fuori dal pensare per simboli: saremmo, in tal caso, giunti a ciò che avrebbe voluto Nietzsche “Pensare cose e non parole” e le aporie, il nichilismo, la mistificazione e l’irrealtà, forse, sarebbero dissolti… Perché siamo una società simbolica? Perché pensiamo per simboli, agiamo per simboli, parliamo per simboli.: usiamo il linguaggio (e Levi-Strauss insegna che grazie al linguaggio diveniamo una società simbolica). Ora, il linguaggio è già ciò che segna il distacco dall’Altro e, per superare questo problema, Ricoeur parlava in proposito di “ospitalità linguistica” (concetto che risponde alla possibilità di ricevere l’Altro e il suo simbolo, in noi e nel nostro simbolo: il simbolo è il linguaggio, appunto. Concetto talvolta utopico e, probabilmente, incompleto). Aggiungerei, ma solo per rafforzare questo passaggio, che Thèvenaz parlava del linguaggio come corpo verbale del pensiero: come carne del nostro pensare. In tal proposito Ricoeur sosteneva (da fenomenologo) che il corpo è già un’estraneità e lo stesso Thèvenaz, invece, asseriva che noi siamo e non siamo il nostro corpo, la nostra lingua: ce ne appropriamo e lo perdiamo sempre (e non è ciò che avviene con ogni estraneo, con ogni Altro?).
Ripresa del punto 1) Per concludere vorrei semplicemente riprendere il “Parmenide” di Platone per vedere quanto sia vera l’asserzione di Sartre: Platone ci dice nel “Parmenide” che, nel caso in cui l’Uno fosse Uno, esso non solo non sarebbe molti (ovvio), ma non sarebbe neppure Uno e neppure sarebbe: se l’Uno non partecipasse, se non fosse in relazione con le altre Idee, esso non parteciperebbe nemmeno dell’Essere il che renderebbe impossibile definirlo perché, semplicemente, non sarebbe. Quindi se l’Uno si autopredica, esso semplicemente non esiste. E, ancora una volta, non è così tra tutte le cose? E non è forse l’Altro il paradiso (per parafrasare Sartre)? Non è forse indispensabile l’Altro?
Tuttavia aspetto anch’io una risposta… Credo sia fondamentale essere confutati o criticati per poter sempre meglio affinare le nostre indagini (che nel mio caso sono, come si noterà, agli inizi)…
splendida risposta, te ne ringrazio Giuseppe (spero non me ne vorrai se ti chiamo per nome, ma mi pare tu sia un mio coetaneo), ho imparato di certo qualcosa ed ho appreso qualche filosofo assolutamente da approfondire.
i miei studi non sono agli inizi, ma sono confusionari.
Se non l’hai fatto, per quanto concerne il linguaggio, mi piace consigliarti Wittgenstein e le sue pessimistiche conclusioni sulla possibilità di comunicazione tra me e l’Altro.
Sul fatto che la nostra sia ancora una società simbolica, non ne sono totalmente convinto. Levi Strauss lavorava su ben altri contesti, e chissà che avrebbe detto se fosse giunto agli anni ‘80-’90. Io credo che uno studio sulle nuove generazioni potrebbe negare (ma forse anche no) la possibilità che la società permanga ad un livello simbolico. Bisognerebbe andare a sondare negli asili, e nelle scuole, per capire quanto stia cambiando (ed io credo che ci siano dei cambiamenti radicali in atto). Mi piace molto questa tematica, che va a toccare, inevitabilmente, il rapporto dell’uomo con i mezzi di comunicazione (a tal proposito McLuhan e Debord potrebbero aggiungere molto, oltre al necessario Lyotard). Il cartone animato “Beavis & Butthead” ha detto molto sulla china che ha preso la meglio gioventù, e sull’intorpidimento delle menti, sull’instupidimento generale, sul legame unilaterale con le immagini, ma in superficie.
Ma dunque concordi con me che l’analisi di Galimberti alla fine risulta deficitaria e con una lenta caduta nella seconda parte?
rinnovo i complimenti per l’acume critico e le conoscenze che hai. ti ringrazio per avermi risposto.
ciaociao
Antonio
Scusa Antonio, intervengono solo di sfuggita e a margine. Che c’entra l’istupidimento generale (cosa che sarebbe da analizzare, e non da liquidare semplicemente dall’alto di una coscienza intellettuale superiore) col fatto che la nostra non sia più una società simbolica? Che vuoi dire? Non riprendo tutta l’argomentazione di Giuseppe, perchè è più che esauriente, ma a maggior ragione alla luce di questo mi chiedo che vuoi dire.
Ciao Marina.
concordo con te che andrebbe analizzato attentamente il tanto decantato cliché dell’ “instupidimento generale”, ma non basterebbe una tesi di laurea forse.
L’evidente capacità ipnotica della televisione, giustamente sottolineata da McLuhan, ha senz’altro favorito un processo di torpore dei cervelli per l’uso cattivo che si è fatto e che si fa di questo potentissimo mezzo di comunicazione. La gente guarda la televisione a prescindere, e a decidere cosa mostrare è chi fa televisione, quindi se la gente si instupidisce nella grande isola o nella grande casa, è semplicemente perché è questo che propinano. Qui occorre un paradosso: se si iniziasse un massiccio rimbombo pubblicitario riguardo al più noioso dei programmi culturali mostrato stranamente in prima serata, questo, nonostante la sua essenza noiosa, non farebbe meno di 3-4 milioni di spettatori annoiati. Potrebbe essere un ipotesi paranoica quella di un impero che sfrutta questo potente mezzo di comunicazione per far sì che crescano generazioni sempre meno intelligenti. Ma anche senza questa ipotesi paranoica, i risultati non cambierebbero. Non mi pare discutibile che una gran massa di persone si ponga passivamente dinanzi alla TV per riposarsi (me incluso) dinanzi anche a programmi che tutto fanno al di fuori di sviluppare un acume critico. E tutti avremmo sentito moltissime volte le frasi “l’ha detto la televisione”, “l’ho visto in televisione”, parecchio indicative.
Poi dopo la televisione c’è internet massificato, e qui non so cosa accadrà in quanto è un processo in atto.
Il collegamento di ciò con la società simbolica o meno, non può esserci se non trasversalmente, in quanto sono fenomeni concomitanti o concause nello sviluppo della società sempre in fieri. L’elemento simbolico è legato alle società arcaiche, o religiose, o rurali, o quant’altro sia a sua volta legato alla ritualità o ad un tempo circolare, o ad uno sviluppo della trascendenza, ecc. ecc. (anche questo sarebbe un discorso lunghissimo e infinito). Allorquando il processo di industrializzazione ha raggiunto livelli altissimi, l’ambiente rurale è stato risucchiato da quello urbano, la concezione del tempo lineare si è imposta indiscutibilmente aderendo al concetto di “progresso”, tant’è che anche per i tempi odierni qualcuno usa il termine “illuminismo” come se esso fosse un fenomeno non ancora cessato. Aggiungiamoci anche il processo di “globalizzazione” e le paventate omologazioni e massificazioni di oggetti di alto consumo che avrebbe apportato. Insomma molti sarebbero gli ingredienti che porterebbero ad un identikit di generazioni antitradizionaliste, antireligiose, antitrascendentaliste, ecc. (uso termini improponibili, ma credo ci siamo capiti). Non ci sono più miti di fondazione, non ci sono più ideologie, cadono pure i rituali. Il concetto di festa antropologica, quello scatenamento consentito in giornate particolari, si è tramutato in un quotidiano abitudinario bere fumare e sballarsi in qualunque modo, fino a far crollare il concetto di “festa” stesso. Insomma qui devo cadere in luoghi comuni ma solo perché questi luoghi comuni sembrano essere diventati la norma. Io credo che l’uomo abbia bisogno del trascendente, del simbolico, dell’Altro, ma credo che le ultime generazioni si siano distanziate da essi. I miti ormai sono solo appannaggio dei grandi mezzi di comunicazione, i quali ormai riescono a costruire anche santi. Ma vedo che non riesco a concludere, perché tutto questo, giustamente, è un serpente che si morde la coda, un circolo vizioso, un qualcosa da cui non si sa più come uscirne.
Ho appena ridato un occhio alla risposta del Varriale, il quale dice che la società è senz’altro simbolica perché pensiamo per simboli. Anche Umberto Eco nel trattato di semiotica generale sosteneva il simbolo quale base del linguaggio, ma ciò basta a dire che una società è simbolica? Non so, personalmente, come si sarà capito, non mi riferisco solo a questo quando parlo di questo tipo di società. Tuttavia se sul piano del discorso c’è discordanza in questo, allora ogni ulteriore dialogo risulta inutile, poiché ognuno ha imposto il discorso a suo modo e non c’è possibilità di contatto. Bisogna tornare alle definizioni, a Wittgenstein, e ricominciare da capo…
Infatti sì, sono d’accordo, bisogna intendersi sulle definizioni. Ma comunque, l’11 settembre non è un mito di fondazione, per esempio?
Io credo che gli universali antropologici, cioè la trascendenza e tutto ciò che intorno ad essa si impernia, quindi anche il simbolo, il rito come li intendi tu, siano delle costanti che possono declinarsi in modi diversi, e ovviamente la varietà delle civilizzazioni umane è pressochè infinita, ma che tuttavia ritornano sempre. Forse oggi il trascendente non lo chiamiamo più Dio, lo chiamiamo in qualche altro modo; forse è proprio quella realtà che si palesa a noi in televisione e che appunto per questo sentiamo che ci sfugge, e che per questo diventa la fonte dell’autorità, il Verbo, che altrove era appunto la divinità.
Ma non credo che l’uomo possa mai escludere la trascendenza dal suo orizzonte.
Chissà, sono ipotesi buttate lì…..comunque è un bello spunto di riflessione.
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February 22nd, 2010 on 15:55
Ho letto l’articolo su Galimberti, e devo dire che è molto raffinato. Tuttavia non posso dimenticare quella famosa battuta teatrale di Sartre, “L’altro è l’inferno”, anche se scritta da un filosofo che ha vissuto ben altro contesto storico.
Probabilmente suggerire la riproposizione di un rapporto con l’Altro è aporetico in sé, in quanto è come suggerire che la soluzione di un problema è il problema stesso (poiché il principio della tragedia è l’eterno dissidio con l’Altro, che una società simbolica riusciva a contenere attraverso il sacro, mentre una società non-simbolica come quella postmoderna non riesce a contenere in alcun modo).
Il testo di Galimberti, che ho letto, apre un dibattito in cui la “pars destruens” è facilmente determinabile, mentre la “pars costruens” resta un’impresa titanica (di qui quel clamoroso cambiamento di tono nel libro, tra la prima e la seconda parte, dal lucido stile saggistico-filosofico ad uno, a tratti, patetico- un libro che a me pare dunque irrisolto).
Attendo a questo punto un opinione del molto bravo Varriale alla mia osservazione, in quanto l’argomento trovo sia molto importante.
February 24th, 2010 on 16:38
Apprezzo, come si potrà immaginare, i complimenti…E rispondo, spero chiaramente:
1) “L’altro è l’inferno”: certamente l’altro non può essere inteso semplicemente come ciò ch’è fuori di noi…Deve essere inteso anche come quella parte che viene considerata altra, in noi: il modo in cui si è visti dagli altri, l’inconfessabile, il taciuto, l’inconscio, ciò che consideriamo male in noi e vorremmo superare (nel senso in cui parla di ciò Croce). Questa tematica è presente in tutte le filosofie contemporanee, per non parlare della letteratura che anticipa la questione filosofica (e viene quasi presentata come l’irrisolvibile. Credo lo sia). Ma, ecco, a me sembra che ci sia bisogno di ristabilire un equilibrio tra l’Io (pronome personale) e il Sé (pronome onnicomprensivo).
2) La nostra non è più una società simbolica. Certo, siamo in una società in cui tutto perde la sua forma di tradizione e di simbolo. Questo è vero. Ma non credo ci si possa considerare ancora fuori dal pensare per simboli: saremmo, in tal caso, giunti a ciò che avrebbe voluto Nietzsche “Pensare cose e non parole” e le aporie, il nichilismo, la mistificazione e l’irrealtà, forse, sarebbero dissolti… Perché siamo una società simbolica? Perché pensiamo per simboli, agiamo per simboli, parliamo per simboli.: usiamo il linguaggio (e Levi-Strauss insegna che grazie al linguaggio diveniamo una società simbolica). Ora, il linguaggio è già ciò che segna il distacco dall’Altro e, per superare questo problema, Ricoeur parlava in proposito di “ospitalità linguistica” (concetto che risponde alla possibilità di ricevere l’Altro e il suo simbolo, in noi e nel nostro simbolo: il simbolo è il linguaggio, appunto. Concetto talvolta utopico e, probabilmente, incompleto). Aggiungerei, ma solo per rafforzare questo passaggio, che Thèvenaz parlava del linguaggio come corpo verbale del pensiero: come carne del nostro pensare. In tal proposito Ricoeur sosteneva (da fenomenologo) che il corpo è già un’estraneità e lo stesso Thèvenaz, invece, asseriva che noi siamo e non siamo il nostro corpo, la nostra lingua: ce ne appropriamo e lo perdiamo sempre (e non è ciò che avviene con ogni estraneo, con ogni Altro?).
Ripresa del punto 1) Per concludere vorrei semplicemente riprendere il “Parmenide” di Platone per vedere quanto sia vera l’asserzione di Sartre: Platone ci dice nel “Parmenide” che, nel caso in cui l’Uno fosse Uno, esso non solo non sarebbe molti (ovvio), ma non sarebbe neppure Uno e neppure sarebbe: se l’Uno non partecipasse, se non fosse in relazione con le altre Idee, esso non parteciperebbe nemmeno dell’Essere il che renderebbe impossibile definirlo perché, semplicemente, non sarebbe. Quindi se l’Uno si autopredica, esso semplicemente non esiste. E, ancora una volta, non è così tra tutte le cose? E non è forse l’Altro il paradiso (per parafrasare Sartre)? Non è forse indispensabile l’Altro?
Tuttavia aspetto anch’io una risposta… Credo sia fondamentale essere confutati o criticati per poter sempre meglio affinare le nostre indagini (che nel mio caso sono, come si noterà, agli inizi)…
February 24th, 2010 on 17:39
splendida risposta, te ne ringrazio Giuseppe (spero non me ne vorrai se ti chiamo per nome, ma mi pare tu sia un mio coetaneo), ho imparato di certo qualcosa ed ho appreso qualche filosofo assolutamente da approfondire.
i miei studi non sono agli inizi, ma sono confusionari.
Se non l’hai fatto, per quanto concerne il linguaggio, mi piace consigliarti Wittgenstein e le sue pessimistiche conclusioni sulla possibilità di comunicazione tra me e l’Altro.
Sul fatto che la nostra sia ancora una società simbolica, non ne sono totalmente convinto. Levi Strauss lavorava su ben altri contesti, e chissà che avrebbe detto se fosse giunto agli anni ‘80-’90. Io credo che uno studio sulle nuove generazioni potrebbe negare (ma forse anche no) la possibilità che la società permanga ad un livello simbolico. Bisognerebbe andare a sondare negli asili, e nelle scuole, per capire quanto stia cambiando (ed io credo che ci siano dei cambiamenti radicali in atto). Mi piace molto questa tematica, che va a toccare, inevitabilmente, il rapporto dell’uomo con i mezzi di comunicazione (a tal proposito McLuhan e Debord potrebbero aggiungere molto, oltre al necessario Lyotard). Il cartone animato “Beavis & Butthead” ha detto molto sulla china che ha preso la meglio gioventù, e sull’intorpidimento delle menti, sull’instupidimento generale, sul legame unilaterale con le immagini, ma in superficie.
Ma dunque concordi con me che l’analisi di Galimberti alla fine risulta deficitaria e con una lenta caduta nella seconda parte?
rinnovo i complimenti per l’acume critico e le conoscenze che hai. ti ringrazio per avermi risposto.
ciaociao
Antonio
March 5th, 2010 on 15:58
Scusa Antonio, intervengono solo di sfuggita e a margine. Che c’entra l’istupidimento generale (cosa che sarebbe da analizzare, e non da liquidare semplicemente dall’alto di una coscienza intellettuale superiore) col fatto che la nostra non sia più una società simbolica? Che vuoi dire? Non riprendo tutta l’argomentazione di Giuseppe, perchè è più che esauriente, ma a maggior ragione alla luce di questo mi chiedo che vuoi dire.
March 5th, 2010 on 19:23
Ciao Marina.
concordo con te che andrebbe analizzato attentamente il tanto decantato cliché dell’ “instupidimento generale”, ma non basterebbe una tesi di laurea forse.
L’evidente capacità ipnotica della televisione, giustamente sottolineata da McLuhan, ha senz’altro favorito un processo di torpore dei cervelli per l’uso cattivo che si è fatto e che si fa di questo potentissimo mezzo di comunicazione. La gente guarda la televisione a prescindere, e a decidere cosa mostrare è chi fa televisione, quindi se la gente si instupidisce nella grande isola o nella grande casa, è semplicemente perché è questo che propinano. Qui occorre un paradosso: se si iniziasse un massiccio rimbombo pubblicitario riguardo al più noioso dei programmi culturali mostrato stranamente in prima serata, questo, nonostante la sua essenza noiosa, non farebbe meno di 3-4 milioni di spettatori annoiati. Potrebbe essere un ipotesi paranoica quella di un impero che sfrutta questo potente mezzo di comunicazione per far sì che crescano generazioni sempre meno intelligenti. Ma anche senza questa ipotesi paranoica, i risultati non cambierebbero. Non mi pare discutibile che una gran massa di persone si ponga passivamente dinanzi alla TV per riposarsi (me incluso) dinanzi anche a programmi che tutto fanno al di fuori di sviluppare un acume critico. E tutti avremmo sentito moltissime volte le frasi “l’ha detto la televisione”, “l’ho visto in televisione”, parecchio indicative.
Poi dopo la televisione c’è internet massificato, e qui non so cosa accadrà in quanto è un processo in atto.
Il collegamento di ciò con la società simbolica o meno, non può esserci se non trasversalmente, in quanto sono fenomeni concomitanti o concause nello sviluppo della società sempre in fieri. L’elemento simbolico è legato alle società arcaiche, o religiose, o rurali, o quant’altro sia a sua volta legato alla ritualità o ad un tempo circolare, o ad uno sviluppo della trascendenza, ecc. ecc. (anche questo sarebbe un discorso lunghissimo e infinito). Allorquando il processo di industrializzazione ha raggiunto livelli altissimi, l’ambiente rurale è stato risucchiato da quello urbano, la concezione del tempo lineare si è imposta indiscutibilmente aderendo al concetto di “progresso”, tant’è che anche per i tempi odierni qualcuno usa il termine “illuminismo” come se esso fosse un fenomeno non ancora cessato. Aggiungiamoci anche il processo di “globalizzazione” e le paventate omologazioni e massificazioni di oggetti di alto consumo che avrebbe apportato. Insomma molti sarebbero gli ingredienti che porterebbero ad un identikit di generazioni antitradizionaliste, antireligiose, antitrascendentaliste, ecc. (uso termini improponibili, ma credo ci siamo capiti). Non ci sono più miti di fondazione, non ci sono più ideologie, cadono pure i rituali. Il concetto di festa antropologica, quello scatenamento consentito in giornate particolari, si è tramutato in un quotidiano abitudinario bere fumare e sballarsi in qualunque modo, fino a far crollare il concetto di “festa” stesso. Insomma qui devo cadere in luoghi comuni ma solo perché questi luoghi comuni sembrano essere diventati la norma. Io credo che l’uomo abbia bisogno del trascendente, del simbolico, dell’Altro, ma credo che le ultime generazioni si siano distanziate da essi. I miti ormai sono solo appannaggio dei grandi mezzi di comunicazione, i quali ormai riescono a costruire anche santi. Ma vedo che non riesco a concludere, perché tutto questo, giustamente, è un serpente che si morde la coda, un circolo vizioso, un qualcosa da cui non si sa più come uscirne.
Ho appena ridato un occhio alla risposta del Varriale, il quale dice che la società è senz’altro simbolica perché pensiamo per simboli. Anche Umberto Eco nel trattato di semiotica generale sosteneva il simbolo quale base del linguaggio, ma ciò basta a dire che una società è simbolica? Non so, personalmente, come si sarà capito, non mi riferisco solo a questo quando parlo di questo tipo di società. Tuttavia se sul piano del discorso c’è discordanza in questo, allora ogni ulteriore dialogo risulta inutile, poiché ognuno ha imposto il discorso a suo modo e non c’è possibilità di contatto. Bisogna tornare alle definizioni, a Wittgenstein, e ricominciare da capo…
March 12th, 2010 on 17:48
Infatti sì, sono d’accordo, bisogna intendersi sulle definizioni. Ma comunque, l’11 settembre non è un mito di fondazione, per esempio?
Io credo che gli universali antropologici, cioè la trascendenza e tutto ciò che intorno ad essa si impernia, quindi anche il simbolo, il rito come li intendi tu, siano delle costanti che possono declinarsi in modi diversi, e ovviamente la varietà delle civilizzazioni umane è pressochè infinita, ma che tuttavia ritornano sempre. Forse oggi il trascendente non lo chiamiamo più Dio, lo chiamiamo in qualche altro modo; forse è proprio quella realtà che si palesa a noi in televisione e che appunto per questo sentiamo che ci sfugge, e che per questo diventa la fonte dell’autorità, il Verbo, che altrove era appunto la divinità.
Ma non credo che l’uomo possa mai escludere la trascendenza dal suo orizzonte.
Chissà, sono ipotesi buttate lì…..comunque è un bello spunto di riflessione.
April 22nd, 2010 on 23:10
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